La crisi climatica non risparmia neanche i laghi italiani. Dal nord al sud della Penisola i bacini lacustri sono sempre più in secca e caldi, ma anche costretti a fare i conti con inquinamento e un’attività antropica eccessiva. A fare un punto è il nuovo report nazionale di Legambiente “Laghi sotto pressione” presentato oggi in occasione della tappa lombarda di Goletta dei Laghi. Dieci i laghi sotto esame riguardanti ben nove regioni della Penisola: dal lago Maggiore (Piemonte e Lombardia), a quello del Lario (Lombardia), dal Lago di Iseo (Lombardia) al Trasimeno (Umbria) ai laghi laziali di Albano e Nemi (Lazio), dal lago di Occhito (Molise e Puglia), a quello di Pietra del Pertusillo (in Basilicata), di Pergusa (Sicilia) e di Omodeo (Sardegna). 

Tra quelli in sofferenza al Nord, anche in virtù del fatto che sono laghi regolatori utilizzati in questa stagione per scopi irrigui, ci sono il Lago Maggiore, di Como (Lario) e d’Iseo. Il primo, secondo l’Osservatorio utilizzi idrici, coordinato dall’ADBPO, ha perso 43 milioni di metri cubi di acqua rispetto a fine giugno, registrando una percentuale di riempimento al 5 luglio del 40%. Il lago Lario è calato di oltre 22 cm da fine giugno, raggiungendo il 5 luglio il livello di riempimento del 41%. Per il lago d’Iseo il livello di riempimento al 5 luglio era del 35%. Preoccupa anche la temperatura superficiale media che, secondo Copernicus, per il lago Maggiore nel 2025 è stata di 0,75°C superiore alla media (1995-2020), per il lago di Como di +0,64°C, mentre per il lago di Iseo è stata di 0,3°C. 

Nel centro Italia il bacino lacustre più vulnerabile è il Lago Trasimeno. In questi giorni ha perso 169 cm rispetto allo zero idrometrico, ciò ha comportato la limitazione della navigazione dei battelliEssendo un lago laminare (esteso ma poco profondo, mediamente 4 metri) e privo di emissari naturali, la sua sopravvivenza dipende esclusivamente da un fragile bilancio idrico. Il calo del volume idrico causa l’accumulo di sali, l’aumento dell’alcalinità e fenomeni di eutrofizzazione (eccesso di nutrienti come azoto e fosforo), aggravati da sistemi di depurazione obsoleti e scarichi non conformi. Per quanto riguarda invece la temperatura superficiale media, sempre secondo Copernicus, l’anomalia nel 2025 è stata di 0,79°C superiore alla media del periodo di riferimento 1995–2020. Tra i laghi laziali in sofferenza quelli di Albano e Nemi che, negli ultimi 40 anni, hanno perso complessivamente oltre 54 milioni di metri cubi d’acqua, con un abbassamento del livello superiore a 6 metri (6,5 m a fine 2024 – inizio 2025) e una perdita di volume nelle falde di quantità ancora maggiori. I pozzi, ormai prosciugati, hanno esaurito le falde profonde dell’apparato vulcanico, riducendo per il futuro la capacità di assorbimento delle rocce. Nel sud il lago di Pergusa più volte si è quasi disseccato con gravi conseguenze sulla biocenosi (complesso di popolazione sia animale che vegetale).  

Altro campanello di allarme che compromette l’adattamento alla crisi climatica dei sistemi lacustri riguarda la qualità delle acque minacciata dall’industrializzazione, l’uso di pesticidi in agricoltura, la crescente urbanizzazione, e il prelievo per diversi scopi. Ad esempio, il lago di Iseo soffre l’inquinamento microbiologico delle acque, mentre tra gli inquinanti emergenti si segnalano i PFAS nei pesci, e poi c’è il rischio idrogeologico legato a frane e la formazione di un’isola di detriti alla foce dell’Oglio. La presenza di PFAS è stata monitorata anche nel Lago Maggiore, nel Trasimeno e il Lago Lario (il cui stato chimico “non è buono” a causa di superamenti delle concentrazioni di cadmio e nichel e più recentemente di PFAS, come rilevato da Arpa Lombardia). Dallo scorso maggio il monitoraggio dei PFAS, ricorda Legambiente, è entrato a pieno titolo nella lista degli inquinanti nelle acque superficiali e sotterranee da monitorare insieme pesticidi, farmaci, microplastiche. Ciò è stato possibile grazie ad una nuova direttiva Ue che ha aggiornato tale lista modificando la Direttiva Quadro Acque (2000/60/EC), la Direttiva sugli standard di qualità ambientale (2008/105/EC) e la Direttiva Acque Sotterranee (2006/118/EC). 

Undici proposte: Il report di Legambiente “Laghi sotto pressione”, raccoglie e incrocia in sintesi una serie di dati e studi sul tema, dedicando a tutti i nove laghi esaminati una carta d’identità specifica contenente le caratteristiche geomorfologiche, le attuali minacce e le buone pratiche messe in campo. Undici le proposte che l’associazione ambientalista indirizza al Governo chiedendo interventi integrati e lungimiranti a partire dallo stanziamento delle risorse per attuare il Piano nazionale dei cambiamenti climatici che, per altro, va integrato dato che contiene solo una misura per la tutela dei laghi. È importante definire una regia unicain capo alle Autorità di bacino distrettuali, con l’obiettivo di costruire protocolli di raccolta dati e modelli logico/previsionali che permettano di conoscere il sistema delle disponibilità della risorsa idrica, dei consumi reali, della domanda potenziale e definire bilanci idrici aggiornati; realizzare una strategia nazionale integrata; adottare per ogni bacino dei protocolli di gestione delle siccità, indispensabile intervenire per ripristinare le falde attraverso interventi di riqualificazione morfologica ed ecologica dei corsi d’acqua e del reticolo idraulico. Tra gli altri interventi Legambiente chiede di azzerare l’impermeabilizzazione e il consumo di suolo per permettere la ricarica naturale delle falde, azioni di adattamento per il contrasto alle inondazioni delle aree urbane; puntare su scelte di sostenibilità valorizzando il turismo attivo; migliorare i sistemi di depurazione, ridurre l’impatto dell’inquinamento civile e industriale, ridurre l’uso di fertilizzanti e pesticidi in agricoltura.  

Un patrimonio da proteggere: In Italia, ricorda Legambiente, 119 laghi sono associati a siti Natura 2000, 93 ad aree di protezione per l’acqua potabile, 43 ad acque di balneazione, 40 ad aree protette nazionali e 30 ad acque designate per pesci d’acqua dolce. Nonostante ciò, circa due terzi dei laghi italiani sono fortemente modificati, secondo ISPRA, segno di una pressione antropica strutturale su questi fragili ambienti. Non va inoltre dimenticato, sottolinea Legambiente, che sull’Italia pesa la procedura d’infrazione (2027/2025) arrivata a gennaio 2026 per non aver correttamente recepito la Direttiva quadro sulle Acque in quanto la normativa nazionale non prevede la registrazione di tutte le autorizzazioni per il prelievo o l’arginamento delle acque. 

Focus laghi in alta quota: Il report raccoglie anche un focus sui laghi ad alta quota, che si trovano oltre i 1500 metri, con una maggiore concentrazione tra i 1800 e i 2500 metri. L’aumento delle temperature e la degradazione del permafrost e la fusione dei ghiacciai possono modificare i flussi di sedimenti e nutrienti verso i laghi, alterando la stabilità dei versanti e parametri come pH, conducibilità e concentrazione di diversi ioni. Non va dimenticato che il progressivo ritiro dei ghiacciai e la riduzione della copertura nevosa stanno modificando il regime di alimentazione di questi bacini, che dipendono in larga misura dalle acque di fusione nivale e glaciale. Le ricerche condotte nelle Alpi mostrano chiaramente questa tendenza. In Valle d’Aosta, tra il 2006 e il 2015, il numero dei laghi glaciali è quasi raddoppiato, con la comparsa di circa 170 nuovi bacini e un significativo aumento della superficie complessiva occupata.  

Buone pratiche a cui guardare: dai sistemi di depurazione, promossi e monitorati dal CIPAIS, che coprono il 90% del Lago Maggiore e mantengono il lago in uno stato ecologico complessivamente buono alla rinaturalizzazione del lago di Massaciuccoli, in provincia di Lucca, dove si stanno portando avanti numerose Nature-based Solutions. In particolare, è stato realizzato un impianto di fitodepurazione, fasce tampone su larga scala combinate con tecniche agricole di conservazione, la gestione naturale dei canali e un bacino di ritenzione idrica. Altro esempio arriva dal Lago d’Orta (o Cusio). Tra il 1927 e il 1990, sversamenti di rame e metalli pesanti da parte di industrie tessili e galvaniche lo hanno reso uno dei laghi più acidificati del mondo. Tra gli interventi chiave la nascita nel 2022 dell’Osservatorio Cusio, per coordinare attività di monitoraggio costante con un pacchetto di azioni mirate come il monitoraggio delle microplastiche, numerose attività di pulizia dei fondali, il riposizionamento di una boa limnologica per monitore le condizioni chimico-fisiche dell’acqua del lago.  

Il Rapporto Laghi sotto pressione