Uno studio del Politecnico di Torino e dell’Università del Delaware, pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications e dal titolo “Addressing global hotspots of drought-related crop production losses” propone un nuovo quadro metodologico per valutare la vulnerabilità delle principali colture agricole alla siccità, a livello globale, individuando le aree del pianeta più esposte al rischio di perdite produttive.
Soddisfare la futura domanda alimentare richiederà una trasformazione verso sistemi alimentari sostenibili e resilienti, capaci di incrementare la produzione, ridurre al minimo l’impatto ambientale e adattarsi al cambiamento climatico. Poiché le fluttuazioni di temperatura e precipitazioni incidono sempre più sulla stabilità produttiva globale, è fondamentale comprendere nel dettaglio quali modelli colturali siano vulnerabili agli stress climatici; si tratta di un passaggio cruciale, finora mancante, per sviluppare soluzioni in grado di potenziare la resilienza climatica delle colture. L’obiettivo dello studio è quantificare, su scala globale, la sensibilità climatica delle colture (sia in regime di irrigazione che in agricoltura pluviale) — misurata come riduzione percentuale della resa mediana in condizioni climatiche estreme — e le perdite di produzione associate al clima per 17 colture chiave, responsabili del 75% della produzione primaria mondiale. Tale metrica di sensibilità climatica è ideale per individuare le aree in cui le colture sono maggiormente esposte a un’elevata variabilità climatica e dove la produzione rischia di subire ingenti perdite legate al clima.
I risultati stimati parlano di perdite nella produzione globale pari al -10,1% per le colture pluviali e al -6,8% per quelle irrigue, con rischi importanti negli Stati Uniti centrali, nel Brasile orientale, nel bacino del Mediterraneo e nell’Asia meridionale. Sui cereali da coltivazione monsonica (riso, mais, miglio, sorgo) i ricercatori sottolineano come un’espansione sostenibile dell’irrigazione e una riconversione colturale mirata possano ridurre la sensibilità climatica: i risultati indicano che sarebbe possibile evitare il 62% delle perdite produttive, incrementando al contempo la produzione complessiva del 14%.
Uno dei risultati più rilevanti riguarda il diverso comportamento delle colture irrigue e non irrigue. Durante i periodi di siccità, infatti, le colture irrigue possono continuare a ricevere acqua attraverso sistemi di irrigazione, mantenendo stabili le rese o addirittura aumentandole. Le colture che dipendono esclusivamente dalle precipitazioni risultano invece molto più vulnerabili agli eventi climatici estremi. Lo studio ha inoltre identificato una serie di aree particolarmente vulnerabili dove le condizioni climatiche e le caratteristiche delle colture coltivate si combinano amplificando il rischio di perdite agricole.



