Continuano ad allarmare le ricerche sui punti climatici di non ritorno (tipping points), tra cui una delle più importanti e complete è quella recentemente condotta dall’Università di Exeter “Global Tipping Point Report“, coordinata con 200 ricercatori affiliati e 90 enti di ricerca in 26 Paesi.

Nello studio emerge come cinque importanti soglie naturali rischiano già di essere superate mentre altre tre potrebbero essere raggiunte negli anni ’30 se il mondo si riscaldasse di 1,5 °C al di sopra delle temperature preindustriali.

Tra le situazioni più a rischio vi sono il collasso delle grandi calotte glaciali in Groenlandia e nell’Antartide occidentale, il diffuso scioglimento del permafrost, la morte delle barriere coralline nelle acque calde e il collasso della corrente oceanica nel Nord Atlantico

Altrettanto allarmante è l’interconnessione fra questi punti di non ritorno, che possono innescare devastanti effetti domino, inclusa la perdita di interi ecosistemi e della capacità di coltivare colture di base, con impatti sociali tra cui sfollamenti di massa, instabilità politica e collasso finanziario.

A differenza di altri cambiamenti climatici, come ondate di caldo più calde e precipitazioni più intense, questi sistemi non si spostano lentamente in linea con le emissioni di gas serra, ma possono invece cambiare repentinamente, a volte con uno shock improvviso, potenzialmente alterando in modo permanente il modo in cui funziona il pianeta.

Questi risultati confermano altri studi pubblicati nell’ultimo anno come quello sul collasso degli ecosistemi, quello sulla Corrente Atlantica Meridionale e un precedente studio sui punti di non ritorno climatici.